Matilde Guala Molino, Luca Allegra

Il 1 luglio 2019 ha avuto inizio l’avventura di un gruppo di giovani pellegrini valsesiani (quali Allegra, le sorelle Guala Molino, Debernardi, Dessilani e Marcello) e ossolani diretti a Santiago de Compostela.

Dopo essere arrivati al piccolo paesino di Carrion de los Condes, reduci da una nottata insonne a causa del volo diretto a Madrid in ritardo di 3 ore, siamo partiti, all’alba delle 2 di notte, verso la nostra prima tappa: Shagun. Qui è incominciata la nostra ardua ricerca alla “concha”, la conchiglia simbolo del Cammino da appendere allo zaino. Non sono state certo queste piccole sfide a fermare la nostra avventura, che è proseguita senza particolari intoppi, a parte qualche vescica e il male ai tendini. Passando per diverse città della Castilla y Léon e della Galicia, tra cui Léon, Astorga, El Acebo, O’Cebreiro (la tappa considerata più difficile, quella con l’altitudine più elevata e dove avviene il passaggio tra le due regioni), Portomarin e Arzùa, dopo tanta attesa e soprattutto tanta fatica, siamo finalmente giunti a Santiago de Compostela: l’obiettivo del nostro pellegrinaggio.

L’arrivo in Cattedrale ha comportato un insieme di emozioni contrastanti, che vanno dalla felicità di essere finalmente giunti all’arrivo alla tristezza dovuta alla consapevolezza della fine del viaggio; la meta annulla tutte le fatiche, si dimentica ogni vescica e tendinite e si pensa solo alla grandezza della missione compiuta. La richiesta di un desiderio alla statua di San Giacomo (usanza che anche noi abbiamo rispettato) ti fa concentrare solo su ciò che è veramente importante nella vita, lasciando perdere tutte le preoccupazioni inutili. Il Cammino di Santiago è davvero un’esperienza unica e indimenticabile, che non solo rinfresca e purifica lo spirito, ma che ti insegna a non dare nulla per scontato, come un letto con le coperte o una bottiglietta d’acqua fresca, e che ti fa capire l’importanza dell’amicizia e dei piccoli gesti da parte degli altri pellegrini (amici o sconosciuti).

Il senso di comunità e unione nella fatica è la forza che spinge ad arrivare ogni giorno alla meta, insieme anche alla compagnia degli amici e dei passanti e alla voglia di vedere posti, città e paesaggi diversi e splendidi. A Finisterre, dove si trova il ceppo del chilometro 0, ci siamo resi conto dell’effettiva fine della meravigliosa avventura e il bagno nell’oceano non solo ha rinfrescato e rigenerato il corpo affaticato, ma ha portato anche un senso di malinconia, perché bisognava tornare alla vita di tutti i giorni, non sempre meno faticosa di una camminata di 40 chilometri.

Quando si torna a casa tutto rimane come prima. Non è vero che il cammino cambia la quotidianità, però qualcosa è successo dentro di noi e quell’avvenimento che ci ha segnato rimarrà sempre impresso nei cuori di chi lo ha compiuto veramente.

Mentre si cammina ci si chiede il motivo per cui qualcuno dovrebbe tornarci (come alcuni dei nostri amici di Domodossola hanno fatto), perché in quel momento si sentono solo la fatica e la stanchezza e non ci si rende conto della grandezza del viaggio; non appena atterrati a Malpensa, però, questa intuizione si fa sempre più forte e la voglia di tornare a ripercorrere il cammino aumenta ogni giorno di più.

Speriamo che la nostra esperienza, pur raccontata in poche righe, mai abbastanza per descriverne la grandezza, possa essere d’ispirazione per dei nuovi pellegrini che vogliono mettersi in gioco come abbiamo fatto anche noi quest’estate.

Un ringraziamento più che speciale va al nostro don Fulvio Trombetta, che, insieme al suo collaboratore Lucio Meazza, ci ha permesso di vivere questa indimenticabile avventura.

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