ADRIANO BARBERIS CANONICO

Alessandro e i suoi amici avevano deciso di passare la serata nella birreria del paese. E’ sempre stato un locale tranquillo, anche perché dove abitavano non era mai successo niente di ciò che si sente ai telegiornali. Tuttavia i rancori e l’odio riescono sempre a farsi strada nei cuori delle persone.

Saranno state circa le due di notte e la maggior parte dei clienti era quasi totalmente ubriaca. C’era un’insolita quantità di giovani perché quella sera era salito in paese il famosissimo DJ Arrotino che aveva organizzato una sorta di discoteca. L’ambiente era molto dark, con fumo finto e luci rosse soffuse che creavano un’atmosfera strana, sanguigna.

La combriccola aveva bevuto come si è soliti alla loro età, cioè troppo: infatti l’esperienza non era riuscita a insegnare loro che è sempre meglio essere un po’ più sobri che un po’ più ubriachi. Come se non bastasse, erano piuttosto storditi e confusi per il volume della musica assordante e le luci intermittenti. Avevano appena cominciato a strusciarsi, non avrebbero mai ricordato se su un gruppo di pelati barbuti, grassi e massicci o su delle giovani pulzelle, quando alcuni uomini li spintonarono con violenza tanto da farli quasi cadere. Si stavano aprendo un varco tra la folla per raggiungere un lato della sala. Tra questi c’era Paolo: qualche giorno prima aveva fatto scalpore il rifiuto di una ragazza alla sua proposta di matrimonio. Si era così venuto a sapere che lei lo “tradiva”, sebbene tra i due non ci fosse di fatto nulla di ufficiale. Ora quell’uomo era certamente tutt’altro che sobrio e si era sparsa la voce che fosse presente quella ragazza tra la folla.

In quel momento il fumo e la luce diventarono ancora più intensi e non si vedeva più nulla.

Io invece ho visto tutto con grande chiarezza, come fossi stato protagonista dei fatti successivi. Il giovane si avvicina alla ragazza e, estratta una lama, la colpisce al petto e al seno: dopo di che, trafitta ma ancora cosciente, cade in ginocchio; lui da dietro afferra con forza inaudita i lunghi capelli dell’infelice. Con le labbra frementi e gli occhi fissi, passa lentamente la lama sul collo della giovane che, lentamente e con strazio infinito, si squarcia. Il sangue inizia a fuoriuscire come un fiume in piena. Terminato l’insostenibile atto, l’uomo rimane immobile, ridendo nel cuore ebbro di piacere e ubriachezza. Nessuno parla, nessuno urla, nessuno vede. Solo gli occhi della povera innocente lo guardano vitrei e vuoti.

Stranamente la stanza inizia ad assumere tratti sfumati, i contorni sbiadiscono, le pareti iniziano a muoversi e il pavimento a ruotare e infine tutto si immobilizza: d’un tratto una risata forte, sonora, terribile echeggia. Ma le labbra dell’assassino sono immobili. Una tetra figura avanza verso Paolo. Veste una cappa intrisa di sangue, ma non vi è volto. C’è al suo posto una maschera di pietra, fredda come il marmo, orribile, congelata in una smorfia atroce: ha occhi crudeli che non guardano e bocca immobile benché stia ridendo; ride di una risata folle, esasperata, diabolica. Il suo procedere ha la cadenza di una serpe, ondeggiante e zoppa. I suoi piedi strisciano sul pavimento producendo un sordo soffio. Continua a ridere in stridente contrasto con il delitto.

Si para davanti all’omicida e non smette di ridere anzi, la sua risata diventa sempre più estrema, assordante. Inizia a torcersi come un aspide tra le sue spire e in quel momento il sangue sgorgato dalla ragazza ne bagna la veste di identico colore e così gli occhi della maschera si aprono: sono identici a di quelli di Paolo. Ma essi mandano fulmini, fuoco, disprezzo ed ira. Il tremendo riso si muta in orribili urla, strazianti, urla di una donna, terribili, atroci, supreme. Afferra la lama stretta nel pugno dell’atterrito stolto e lo trafigge al cuore; nel medesimo momento accostando al suo viso la mostruosa maschera con un piccolo sospiro ne rapisce la vita. Le urla sono svanite e il corpo senza vita precipita nel mare di sangue sparso sul pavimento, mescolandolo con il proprio.

Fu così che l’anima uccise il corpo, ma badate bene su chi far ricadere la colpa di questa tragedia. Siete voi stessi a modellare la vostra anima e la vostra coscienza vi sovrasta come giudice e carnefice.

Alessandro e i suoi amici avevano deciso di passare la serata nella birreria del paese. E’ sempre stato un locale tranquillo, anche perché dove abitavano non era mai successo niente di ciò che si sente ai telegiornali. Tuttavia i rancori e l’odio riescono sempre a farsi strada nei cuori delle persone.

Saranno state circa le due di notte e la maggior parte dei clienti era quasi totalmente ubriaca. C’era un’insolita quantità di giovani perché quella sera era salito in paese il famosissimo DJ Arrotino che aveva organizzato una sorta di discoteca. L’ambiente era molto dark, con fumo finto e luci rosse soffuse che creavano un’atmosfera strana, sanguigna.

La combriccola aveva bevuto come si è soliti alla loro età, cioè troppo: infatti l’esperienza non era riuscita a insegnare loro che è sempre meglio essere un po’ più sobri che un po’ più ubriachi. Come se non bastasse, erano piuttosto storditi e confusi per il volume della musica assordante e le luci intermittenti. Avevano appena cominciato a strusciarsi, non avrebbero mai ricordato se su un gruppo di pelati barbuti, grassi e massicci o su delle giovani pulzelle, quando alcuni uomini li spintonarono con violenza tanto da farli quasi cadere. Si stavano aprendo un varco tra la folla per raggiungere un lato della sala. Tra questi c’era Paolo: qualche giorno prima aveva fatto scalpore il rifiuto di una ragazza alla sua proposta di matrimonio. Si era così venuto a sapere che lei lo “tradiva”, sebbene tra i due non ci fosse di fatto nulla di ufficiale. Ora quell’uomo era certamente tutt’altro che sobrio e si era sparsa la voce che fosse presente quella ragazza tra la folla.

In quel momento il fumo e la luce diventarono ancora più intensi e non si vedeva più nulla.

Io invece ho visto tutto con grande chiarezza, come fossi stato protagonista dei fatti successivi. Il giovane si avvicina alla ragazza e, estratta una lama, la colpisce al petto e al seno: dopo di che, trafitta ma ancora cosciente, cade in ginocchio; lui da dietro afferra con forza inaudita i lunghi capelli dell’infelice. Con le labbra frementi e gli occhi fissi, passa lentamente la lama sul collo della giovane che, lentamente e con strazio infinito, si squarcia. Il sangue inizia a fuoriuscire come un fiume in piena. Terminato l’insostenibile atto, l’uomo rimane immobile, ridendo nel cuore ebbro di piacere e ubriachezza. Nessuno parla, nessuno urla, nessuno vede. Solo gli occhi della povera innocente lo guardano vitrei e vuoti.

Stranamente la stanza inizia ad assumere tratti sfumati, i contorni sbiadiscono, le pareti iniziano a muoversi e il pavimento a ruotare e infine tutto si immobilizza: d’un tratto una risata forte, sonora, terribile echeggia. Ma le labbra dell’assassino sono immobili. Una tetra figura avanza verso Paolo. Veste una cappa intrisa di sangue, ma non vi è volto. C’è al suo posto una maschera di pietra, fredda come il marmo, orribile, congelata in una smorfia atroce: ha occhi crudeli che non guardano e bocca immobile benché stia ridendo; ride di una risata folle, esasperata, diabolica. Il suo procedere ha la cadenza di una serpe, ondeggiante e zoppa. I suoi piedi strisciano sul pavimento producendo un sordo soffio. Continua a ridere in stridente contrasto con il delitto.

Si para davanti all’omicida e non smette di ridere anzi, la sua risata diventa sempre più estrema, assordante. Inizia a torcersi come un aspide tra le sue spire e in quel momento il sangue sgorgato dalla ragazza ne bagna la veste di identico colore e così gli occhi della maschera si aprono: sono identici a di quelli di Paolo. Ma essi mandano fulmini, fuoco, disprezzo ed ira. Il tremendo riso si muta in orribili urla, strazianti, urla di una donna, terribili, atroci, supreme. Afferra la lama stretta nel pugno dell’atterrito stolto e lo trafigge al cuore; nel medesimo momento accostando al suo viso la mostruosa maschera con un piccolo sospiro ne rapisce la vita. Le urla sono svanite e il corpo senza vita precipita nel mare di sangue sparso sul pavimento, mescolandolo con il proprio.

Fu così che l’anima uccise il corpo, ma badate bene su chi far ricadere la colpa di questa tragedia. Siete voi stessi a modellare la vostra anima e la vostra coscienza vi sovrasta come giudice e carnefice.