MARCO TOSSERI

“C’è stato un tempo nella nostra vita in cui tutto sembrava possibile”: questa è senza alcun dubbio la frase che meglio rappresenta l’esperienza di lotta partigiana per molti dei personaggi raccontati in “Un altro candore” di Giacomo Verri. L’autore, tuttavia, non focalizza l’attenzione su quei momenti, d’altra parte su questo argomento sono state scritte pagine e pagine di romanzi; egli sceglie un’ altra via, se vogliamo forse più sottile e intricata da cogliere e raccontare: il difficile “dopo”. È comunque proprio quella frase, pronunciata da uno dei protagonisti, a farci capire cosa per loro abbia significato il ritorno a un’apparente quotidianità. La vicenda prende il via nel 1992 nella fittizia cittadina di Giave, in Valsesia, Piemonte: una donna viene investita e quell’episodio innesca nel marito la necessità di volgere lo sguardo al passato e dissotterrare ricordi ormai sepolti. E così, attraverso continui salti temporali che coprono alcuni decenni della seconda metà del Novecento , leggiamo le vite di uomini e donne i cui destini si sono incontrati, intrecciati tra loro nella Resistenza; uniti a tal punto da non perdersi mai. La Resistenza è un fenomeno che per i protagonisti ha qualcosa di magico: è la loro oasi felice di libertà, dove due uomini possono vivere il loro amore, dove una donna può concedersi a chi lo desideri e un bambino può accoltellare un uomo senza timore delle convenzioni sociali e delle leggi, perché allora c’era “Un altro candore”.

Finita la guerra il loro mondo si sgretola e devono ricominciare a vivere nell’ordinario: cercano di proseguire le loro vite con tranquillità, sperando di lasciarsi alle spalle ciò che è stato, ma il presente si rivela essere più drammatico. E i giovani figli, simboli del futuro, intrecciati anch’essi tra loro, quasi fosse un discorso di genetica ereditarietà dei destini, fanno puntualmente bussare il passato alle porte dei loro genitori.

E non è soltanto la vicenda dei personaggi di Giave a costituire l’intero motore della narrazione, anzi trovo che abbia un posto di primaria importanza la struttura della narrazione. Il libro si apre con due frasi: una è pronunciata da un personaggio della fortunata serie televisiva del 1990 Twin Peaks, firmata da Mark Frost e David Linch. E’ molto interessante che l’autore abbia tentato, e con notevole successo dal mio punto di vista, un omaggio al mondo del cinema. Il libro è strutturato come la visione di un film al cinema: abbiamo un primo tempo, un intermezzo e un secondo tempo. E anche la tecnica narrativa tenta di imitare le inquadrature di una macchina da presa: le introduzioni sono pressoché assenti. il lettore viene catapultato all’interno della scena e con pochi tratti capisce personaggi, luoghi e situazioni e una volta dentro non può fare a meno di proseguire; all’interno di uno stesso capitolo i cambi di scena sono repentini e slegati dalle righe precedenti, proprio come un cambio di scena in un film, ma ancora una volta, dopo poche righe, il lettore non fa alcuna fatica a inquadrare la scena successiva. La durata stessa dell’intermezzo simula quella del cinema e in un attimo le luci si sono abbassate, tutti sono seduti sulle poltrone e inizia il secondo tempo.

Perché leggere “Un altro Candore” di Giacomo Verri? Perché è proprio questa scelta, non scontata, di raccontare il “dopo” che lo rende affascinante. Ci racconta che la vite di Claudio, Franco, Cristina, Sebastiano sono state eroiche nei difficili anni della Guerra e della Resistenza, ma non si sono esaurite lì; una volta finita la guerra, hanno continuato a esistere. E alle loro vite si sono unite quelle di Donata, Marco, Bella, Ada, Irene, Marta che hanno alimentato la loro esistenza di nuova linfa e permesso loro di continuare a vivere anche “dopo”. Questo libro ci ricorda che la normalità nella vita è pura apparenza, e che per la complessità delle sfide che ci presenta ci vuole eroismo anche ad affrontare ogni giorno della nostra vita: momenti felici o momenti tristi che siano. Ma in fondo, non è anche questo il bello di vivere?